L'inizio della fine

Dal 16 al 20 ottobre tir fermi, trattori in strada e presidi nei principali snodi del Mezzogiorno. Il caro gasolio è la scintilla di una protesta che denuncia problemi ben più profondi: imprese schiacciate dai costi, prodotti agricoli pagati troppo poco, trasporti sempre meno sostenibili e un sistema economico che rischia di scaricare ogni crisi su chi lavora e sui consumatori. O almeno questo è quello che dicono oggi le testate giornalistiche. Ma la verità è un altra.

Aiutateci

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Aiutateci, siamo tutti esseri umani. Con queste parole, il volto in lacrime, e la disperazione di un uomo che chiede solo di poter lavorare, sembra la scena di un film drammatico, ma è la realtà. Il video che ha fatto il giro dei social, in particolare su TikTok, un imprenditore agricolo calabrese di nome Antonio, ripreso in lacrime e visibilmente disperato mentre si trova seduto a terra sull'asfalto dell'autostrada A2 Salerno-Reggio Calabria, nei pressi dello svincolo di Pizzo (Vibo Valentia), nel filmato, l'uomo si rivolge direttamente alle forze dell'ordine schierate pronunciando parole che hanno fortemente commosso il web, aiutateci.

Le testate giornalistiche non ne parlano, i telegiornali non seguono le vicende, forse un agricoltore non merita la parola? Poi dopo settimane, arriva qualche notizia, fatta male che mette in cattiva luce le proteste.

I blocchi non sono cominciati il 16 Ottobre, ma a fine Settembre. Un primo articolo si trova pubblicato infatti al 01 Ottobre 2026 - 16:53 Scritto dal giornalista Marco Fedeli dove dice:

"Da diversi giorni in Calabria ci sono mobilitazioni contro la crisi del settore agricolo e l'aumento del prezzo della benzina. Oggi il blocco dell'autostrada, con immagini di LaCnews 24 diventate virali in rete"

Articolo Completo

Già il 28 settembre gli agricoltori siciliani erano scesi in strada, organizzando presidi e rallentamenti lungo alcune delle principali arterie regionali. A Gela, Niscemi, Butera e nell'area di Palermo, decine di trattori avevano dato visibilità a una protesta contro i rincari energetici e il valore riconosciuto alle produzioni agricole.

I motivi delle proteste

Sebbene sui social è possibile sentire le parole dei diretti coinvolti, non vi è abbastanza chiaro quello che chiedono, o meglio non sono chiare le richieste, informazioni spezzate e video cancellati dai social hanno fatto in modo da far passare i lavoratori come persone che chiedono meno costi sulle spese del carburante, ma non si tratta solo di questo.

Per capire le motivazioni però, bisogna tornare indietro di qualche mese, e prenderemo in considerazione solo 2 elementi scatenanti fondamentali, il prezzo del carburante e il fattore di rendita agricolo.

Esiste un dato particolarmente rilevante: secondo le rilevazioni nazionali del Ministero dell'Ambiente riportate da Confetra, il prezzo medio del gasolio è passato da circa 1,66 euro al litro a gennaio a 2,25 euro a settembre 2026, un aumento del 35%. Poi c'è il prezzo del carburante agricolo, che è passato da 0,62 euro al litro a 1,59 euro.

Poi c'è il prezzo dell'agricoltura, il 28 settembre, l'associazione Agrisat denunciava prezzi del grano intorno a 20 centesimi al chilogrammo, a fronte di costi di produzione indicati in circa 30 centesimi. Nel settembre 2026 ISMEA rilevava un prezzo medio nazionale alla produzione del frumento duro pari a circa 263 euro a tonnellata, equivalenti a 26,3 centesimi al chilogrammo. Per alcune qualità di frumento duro sulle piazze siciliane di Palermo e Catania, le quotazioni si collocavano intorno ai 24–25 centesimi al chilogrammo. Se il costo di 30 centesimi fosse rappresentativo di determinate aziende, anche il prezzo medio nazionale di settembre non sarebbe stato sufficiente a coprirlo.

C'è una distinzione fondamentale da fare fin dall'inizio: l'agricoltura italiana nel suo complesso non è in perdita, o almeno è quello che emerge secondo ISTAT, nel 2025 il settore ha registrato una crescita del valore della produzione e un miglioramento di alcuni indicatori economici, ma se l'agricoltura è in crescita, come è possibile che gli agricoltori dichiarino una perdita?

La differenza sta nella quantità di prodotto coltivato, che dovrebbe garantire una sufficiente entrata e il reale prezzo di vendita. Un agricoltore può seminare, coltivare, raccogliere e vendere l'intera produzione, terminando l'anno senza aver guadagnato abbastanza per ripagare il lavoro svolto e il capitale investito.

Sono stato presso il presidio di La Torre Carburanti in Puglia e ho fatto delle domande per capire meglio. Sono partito da semplici domande, analizzando prima di tutto i fattori rilevanti, e ho chiesto: Quanto costa oggi ad un agricoltore prendersi cura della terra?

Tra gli agricoltori presenti vi erano 2 tipologie, gli agricoltori diretti e i membri delle cooperative agricole, ma ai fini di questa domanda non sono rilevanti, ma ci sono delle differenze sostanziali.

Partiamo quindi con il capire quali sono i costi che si affrontano in campagna.

  • Sementi e piantine
  • Acquisto, selezione e preparazione

  • Concimi e fertilizzanti
  • Nutrizione del terreno, ammendanti, fertilizzazione

  • Fitosanitari
  • Protezione delle colture e trattamenti

  • Carburante agricolo
  • Trattori, macchine operatrici e lavorazioni

  • Macchinari
  • Manutenzione, riparazioni, noleggio, ammortamenti

  • Manodopera
  • Retribuzioni, contributi, stagionali, lavoro familiare

  • Acqua
  • Irrigazione, canoni, impianti, pompaggio

  • Terreni
  • Affitti oppure costo economico della proprietà

  • Strutture
  • Magazzini, serre, conservazione e attrezzature

  • Amministrazione
  • Commercialista, consulenze, certificazioni, assicurazioni

  • Finanziamenti
  • Interessi e commissioni sul capitale preso in prestito

La composizione cambia radicalmente in base alla coltura. Nei cereali hanno un peso importante concimi, lavorazioni e mezzi meccanici. Nell'ortofrutta può incidere molto la raccolta manuale. Nell'olivicoltura sono importanti la potatura e la raccolta. Negli allevamenti diventano decisive alimentazione, manodopera, strutture e gestione sanitaria.

Il CREA, già analizzando lo shock dei costi del 2022, aveva rilevato forti aumenti congiunti di fertilizzanti, mangimi, gasolio, sementi e servizi agricoli, evidenziando la vulnerabilità soprattutto di cerealicoltura, seminativi e ortofloricoltura.

Ho chiesto quindi di fare un conteggio idealistico per quanto riguarda solo la produzione di grano, costruendo un esempio di un'azienda cerealicola con resa di 3,3 tonnellate per ettaro, che tengo a specificare è la resa migliore ottenibile, il dato è del 2022, nel 2026 la resa è stata di 2,7 tonnellate. sono rimasto abbastanza scioccato, secondo le dichiarazioni di un gruppo abbiamo stimato un costo per ettaro di:

Sementi 140 € Concimi e fertilizzanti 190 € Fitosanitari 65 € Carburante agricolo 90 € Lavorazioni, manutenzioni e servizi meccanici 100 € Manodopera, compreso lavoro familiare valorizzato 120 € Acqua e gestione idrica 75 € Affitto o costo economico del terreno 85 € Ammortamenti dei macchinari 85 € Assicurazioni, amministrazione e altri oneri 100 €

Totale 1.050 €

La simulazione distingue le spese monetarie dai costi economici: il lavoro familiare, il capitale e i macchinari posseduti dall'impresa hanno un costo anche quando non determinano un pagamento immediato. Con una produzione di 3,3 tonnellate e un prezzo di vendita pari a 263,46 euro per tonnellata, quindi 869,42 € che con dei costi di 1.050,00 € genera una rendita di −180,58 € e questa rendita negativa non sta considerando i contributi.

Non stiamo in oltre considerando lo stipendio personale dell'agricoltore, non credo ci sia ancora bisogno di dare altre motivazioni per questi movimenti da parte mia giustificati.

Il nuovo caporalato

Gli agricoltori producono, investono, si indebitano e rischiano il proprio patrimonio. Lo Stato incassa imposte, impone regole e distribuisce sussidi. Le filiere commerciali decidono gran parte delle condizioni di mercato. In mezzo resta il produttore agricolo, spesso costretto a lavorare con margini insufficienti. È il paradosso di un sistema che condanna lo sfruttamento del lavoro, ma non sempre garantisce condizioni economiche capaci di prevenirlo.

Quando sentiamo parlare di caporalato, pensiamo ai braccianti sfruttati nei campi, alle paghe miserabili, alle giornate interminabili sotto il sole e a persone costrette ad accettare condizioni di lavoro indegne pur di sopravvivere.

È una realtà criminale, documentata, che lo Stato ha il dovere di combattere. Lo stato, ad oggi è il nuovo caporalato, quando lavorare la terra significa produrre ricchezza per tutti, tranne che per chi la coltiva. Parlare dello Stato come di un nuovo caporalato è una provocazione politica, non un'accusa penale. È un modo per denunciare un sistema nel quale le istituzioni chiedono agli agricoltori di rispettare obblighi, sostenere costi e garantire la continuità produttiva, senza che il mercato e le politiche pubbliche assicurino sempre condizioni economiche adeguate.

L'Italia si presenta al mondo come la patria del buon cibo, della qualità agroalimentare, delle eccellenze territoriali e delle produzioni tradizionali. Lo Stato impone legittimamente obblighi fiscali, contributivi, ambientali, sanitari e amministrativi.

Un'azienda agricola deve rispettare normative sulla sicurezza, sulla gestione dei dipendenti, sulla tracciabilità, sull'impiego dei prodotti fitosanitari e sulla tutela ambientale.

Molti di questi obblighi sono necessari. Proteggono lavoratori, consumatori, ambiente e qualità delle produzioni.

Poi affacciati ai porti ci sono navi piene di prodotti agricoli che non rispettano queste normative, e non lo dico per teorie di complotto, cerco di essere sempre razionale e non di parte, il mio lavoro è quello di analizzare i dati, aiutare le aziende, e quello che sto vedendo in questi giorni mi lascia senza parole. Il tema dell'importazioni meriterebbe un articolo a parte, un approfondimento quindi per ora mi fermo qui. Questo è un tema molto difficile da affrontare ed io ci sto lavorando da diversi giorni, e non ostante la mia conoscenza della materia sto trovando diverse difficoltà ad esprimere una mia opinione o un modo di risolvere la attuale situazione.

L'agricoltura non deve essere tenuta in vita dai sussidi, ma deve essere messa nelle condizioni di produrre reddito. Lo Stato dovrebbe smettere di intervenire soltanto quando gli agricoltori protestano e garantire regole economiche che impediscano lo sfruttamento commerciale dei produttori. Ho visto di recente politici interessati alla vicenda, ma la mia sensazione è che lo stiano facendo solo per raccogliere voti.